Roma, 12 Gennaio 2004
AUDIZIONE
PRESSO LA VII COMMISSIONE
– CULTURA SCIENZA
ISTRUZIONE
CAMERA DEI
DEPUTATI
Oggetto: valutazioni e
proposte del COSSMA in
merito allo schema di
decreto legislativo
concernente la definizione
delle norme generali
relative alla scuola
dell’infanzia e al primo
ciclo di istruzione ai
sensi della Legge 28 marzo
2003 n.53.
Premessa
E’ ampiamente diffuso tra
i Docenti un clima di
delusione e sfiducia che
segue la speranza di
vedere finalmente attuata
una riforma della scuola
valida e accettabile. La
fretta, più volte
denunciata, con cui si è
approvata la legge delega
53 e con la quale si è
avviata e si vuole
concludere la fase più
importante, quella
attuativa dei contenuti,
non ha garantito e non
garantisce il necessario e
ampio dibattito di
approfondimento delle
questioni e dei problemi
aperti.
Nella prima decade di
aprile 2003 il Ministro
Moratti ha inviato a circa
300 tra associazioni,
sindacati e gruppi vari le
bozze dei documenti, ora
in massima parte recepiti
dallo schema di decreto in
questione, assegnando
tempi strettissimi – 30
aprile – per fornire un
parere e, dopo pochi
giorni, prima settimana di
maggio, ha sottoposto al
parere del consiglio dei
Ministri la bozza di
decreto approvata poi il
12 settembre.
Da maggio a settembre il
Ministro ha dato comunque
avvio, con decreti propri,
alla prima fase della
riforma con il conseguente
aumento dello sconcerto e
dello stato confusionale
di docenti, dirigenti e
genitori.
Abbiamo letto attentamente
i resoconti delle
audizioni del Ministro
presso codesta
commissione. Non abbiamo
trovato nessun cenno allo
stato reale
del mondo scolastico né
tanto meno ai tanti pareri
che pur sono stati
espressi dagli organismi
interessati e
interpellati.
Alleghiamo il documento
inviato al Ministro il 30
aprile 2003 con le
questioni da noi trattate
in modo approfondito,
tuttora aperte, e
contenute nell’articolato
di decreto che sotto
esaminiamo.
CAPO I – SCUOLA
DELL’INFANZIA
Articolo 1 – comma 2
Temiamo fortemente che
questo comma rimanga una
pura enunciazione di
principio senza
conseguenze. Nel commento
esplicativo del Ministro a
questo comma si dice che
“le iniziative per
assicurare la
generalizzazione della
scuola sono condizionate
dall’accertamento della
situazione di offerta
complessiva del servizio
nelle sue diverse forme di
gestione (statale e
paritaria)”. Questa
affermazione ci sembra non
solo discutibile, ma
prevaricante della libertà
di scelta. Crediamo che
una legge dello stato
debba garantire e
assicurare innanzitutto il
diritto di scelta e
frequenza delle scuole
statali.
Articolo 2 – comma 2
Eravamo e siamo a tutt’oggi,
come moltissimi altri,
fortemente contrari alla
ammissione alla scuola
dell’infanzia dei bambini
inferiori ai tre anni di
età. Chiediamo che la fase
sperimentale, stabilita
nel successivo articolo
12, venga attentamente
monitorata e vengano
diffusi tempestivamente i
dati.
Come abbiamo più volte
ripetuto l’abbassamento
dell’età di iscrizione non
migliora la scuola
dell’infanzia e non è
positiva per il bambino,
pertanto riteniamo che a
tal riguardo la Legge 53
debba essere modificata.
Articolo 3 – comma 1
Siamo fortemente contrari
ad un tempo scuola
elastico, che va da un
minimo di 875 ad un
massimo di 1700 ore annue,
lasciato alla libera
scelta delle famiglie e
non riteniamo pertinenti
le affermazioni del
Ministro che avvalorano
questa scelta.
Il Ministro afferma che
“rispetto all’esistente,
l’offerta formativa è
pienamente garantita” e
che gli aspetti di rilievo
sono: “il pieno
riconoscimento della
potestà organizzativa
delle istituzioni
scolastiche di definire il
modello organizzativo più
funzionale al progetto
educativo delle scuole e
il ruolo significativo
delle richieste delle
famiglie nella
determinazione dei modelli
orari”. Queste
affermazioni oltre a non
essere assolutamente
giustificate, collidono
tra di loro.
Dire che a un bambino di
età dai due anni e mezzo
ai cinque-sei anni possa
essere garantita
una offerta
formativa
facendolo permanere a
scuola su richiesta della
famiglia 50 e più
ore settimanali fino a
1700 ore annue è
alla realtà dei fatti
veramente assurdo e
incredibile.
Come abbiamo già detto al
Ministro le esperienze
maturate in questi anni
con l’attuazione delle 7 e
8-10 ore giornaliere
previste rispettivamente
dalle Leggi 444/68 e
463/78 ci ha portato a
concludere che tempi
troppo prolungati sono
negativi per il bambino.
Pertanto rinviando alle
motivazioni ampiamente
espresse al Ministro nel
documento allegato,
chiediamo che per
garantire a tutti i
bambini
frequentanti le scuole
dell’infanzia di tutto il
territorio nazionale pari
opportunità, il tempo
scuola possa essere scelto
dalle famiglie tra moduli
di:
·
35 ore settimanali pari a
1225 annuali
·
40 ore settimanali pari a
1400 annuali
All’interno
di questi moduli deve
essere comunque garantita,
in relazione ad esigenze
individuali o strutturali,
la frequenza di un tempo
ridotto minimo di: 25
ore settimanali = 875 ore
annuali.
Eventuali tempi
aggiuntivi, richiesti dai
genitori entrambi
lavoratori, devono essere
considerati tempi diversi
rispetto al comune
curricolo scolastico. Ad
essi occorrerà
eventualmente far fronte a
livello locale, nel
rispetto dei bisogni dei
bambini, anche attraverso
forme organizzative
elastiche, organiche e
raccordate con i servizi
sociali e del tempo libero
presenti nel territorio
(ludoteche, spazi gioco,
ecc.).
In merito alle questioni
relative a:
·
le forme di coordinamento
didattico – art. 3 comma
2;
·
la documentazione relativa
al processo educativo –
art. 3 comma 3;
·
l’organico
dell’istituzione
scolastica;
·
la formazione del modulo
base sezione;
rinviamo alle pagine 3 e 4
del documento allegato.
In merito alle questioni
riguardanti la scuola
primaria relativamente
all’organizzazione delle
attività, al docente tutor,
al portfolio e ai
contenuti curricolari
permangono i dubbi e le
perplessità già espresse e
ribadite nei documenti
allegati.
Chiediamo inoltre
l’attenzione della
commissione sugli art.12
comma 3 – art.13 comma 3 –
art.14 comma 2 nei quali
si dispone l’adozione in
via transitoria,
dell’assetto pedagogico e
didattico organizzativo,
individuato negli allegati
A, B, C, e D fino
all’emanazione delle norme
regolamentari di cui
all’articolo 8 del DPR
8/3/99 n.275, ovvero delle
norme che riguardano la
definizione dei curricoli
che il ministro dovrebbe
emanare sentito il
consiglio nazionale e le
competenti commissioni
parlamentari.
Crediamo che questo sia un
modo per introdurre in
maniera surrettizia i
contenuti fondamentali
della nuova scuola che
hanno suscitato le
perplessità fin qui
sollevate e comunque non
ancora conosciuti dai
docenti.
Per la scuola
dell’infanzia il Ministro
precisa che le
“Indicazioni nazionali” da
applicare in via
transitoria sostituiscono
in sostanza, gli
orientamenti del 1991!
Chiediamo pertanto che
alla parola “transitoria”
venga aggiunto “e in via
sperimentale”.
SCUOLA SECONDARIA DI PRIMO
GRADO.
In merito allo “Schema
di decreto legislativo
concernente la definizione
delle norme generali
relative alla scuola
dell’infanzia e al primo
ciclo dell’istruzione”,
alle “Indicazioni
nazionali per la scuola
secondaria di primo grado”
e al “Profilo
educativo, culturale e
professionale dello
studente” che in via
transitoria saranno la
base regolamentare del
settore, si osserva:
SCANSIONE IN PERIODI
DIDATTICI
L’istituzione del
biennio valutativo, come
già osservato per la
scuola primaria, sembra
recare consistenti e
variegati effetti
negativi, sia dal punto di
vista didattico- educativo
che da quello
organizzativo. Tali
effetti, di sicuro,
sovrastano gli eventuali
vantaggi di una
valutazione in tempi più
distesi.
Viene, di fatto,
assecondata la naturale
predisposizione al
disimpegno o alla sua
dilazione con la garanzia
di un passaggio
automatico, salvo casi
eccezionali, alla seconda
classe del biennio. In
questa prima classe
dobbiamo ipotizzare,
dunque, il dilatarsi della
varietà di stili di
apprendimento negli
alunni, la stabilizzazione
di forme di disimpegno e
di demotivazione, la
esasperazione di forme di
scarsa disciplina. Ciò con
l’ulteriore svantaggio che
nella classe successiva
gli alunni dovrebbero
essere messi in grado di
recuperare in un anno il
programma di due. In tale
classe, inoltre, saranno
presenti gli alunni di
leva e i ripetenti del
biennio con la conseguenza
di avere, ad anni alterni,
classi esasperatamente
numerose che, secondo la
normativa vigente, non
potranno essere sdoppiate.
In definitiva
tale norma appare, oltre
che estremamente dannosa
per gli studenti, come
un’inutile complicazione
della vita dei docenti,
un’ulteriore gabbia della
loro naturale diligenza e
competenza professionale
nella quale la bocciatura
veniva praticata con molta
discrezione e soprattutto
non erano infrequenti i
casi in cui questa era
evitata quando era
ragionevole prevedere un
recupero consistente nel
successivo anno. Un altro
strumento, dunque, che
dalle mani di
professionisti
coscienziosi e competenti,
di fatto, è svuotato nel
suo valore, e consegnato
nelle mani di adolescenti
e delle rispettive
famiglie. Saranno le fasce
sociali più deboli, come
sempre, a farne le
conseguenze, quelle nelle
quali l’attenzione e la
cura delle famiglie per la
vita scolastica dei figli
è necessariamente
limitata, distratta o
incompetente. A fronte
di un vantaggio che
interesserà comunque una
minoranza di alunni
provenienti da famiglie e
da realtà sociali in grado
di condizionarli
positivamente, si avrà lo
svantaggio di molti che,
proprio per le condizioni
di scarsa motivazione
agli apprendimenti,
avrebbero bisogno, invece,
di un percorso di studi
che li accompagni per
successive acquisizioni
nelle quali il
raggiungimento degli
obiettivi non sia troppo
oneroso. Un’ipotesi alla
portata del normale senso
di responsabilità di un
adolescente medio potrebbe
essere quella, ad esempio,
della ripetizione del
quadrimestre, altro che
biennio!
ESAME DI STATO
Tale esame costituirà il
primo della vita dello
studente e dovrà attestare
conoscenze e competenze
acquisite nel primo ciclo
della scuola secondaria e
nel pregresso ciclo della
scuola primaria nella
quale l’esame di licenza
elementare viene abolito.
Se i due ordini di scuola
rimangono profondamente
distinti, sia
strutturalmente che dal
punto di vista delle
professionalità che vi
operano (quello dei
maestri e quello dei
professori sono mondi
distinti che hanno
scarsissimi contatti),
perché depotenziare il
progetto formativo ed
educativo della scuola
primaria che accompagna
gli alunni per cinque
anni?
Ciò appare in linea con
l’impianto gerarchizzante
dell’intera riforma che
sembra assegnare valore
progressivamente maggiore
agli ordini di scuola
superiori dimenticando che
le successive ed elevate
acquisizioni sono rese
possibili dalla solidità
delle relative fondamenta.
Tale solidità, a nostro
avviso, viene minata
dall’ulteriore perdita di
prestigio sociale dei
docenti di scuola
dell’infanzia e primaria.
I primi, a dispetto della
formazione universitaria
richiesta, vengono
confinati a ruoli
assistenziali. Si crede
così poco nel valore
formativo ed educativo di
tale esperienza di scuola
che si attribuisce
unicamente ai genitori la
facoltà di scegliere per
l’anticipo. Non è prevista
nessuna valutazione o
orientamento formale di
tale scelta da parte dei
qualificati docenti della
scuola dell’infanzia.
I docenti della scuola
primaria, privati della
meta dell’esame finale,
avvertiranno come
depotenziata la loro
funzione, saranno altri
che valuteranno. In
mancanza di una meta
riconosciuta, anche
socialmente, si assisterà
ad un appiattimento della
qualità dell’insegnamento.
DISCIPLINE
A fronte di una
diminuzione del numero di
ore di lezione (27
settimanali + 6
facoltative rispetto alle
attuali 30 t.normale, 33
bilinguismo e 36 t.
prolungato) si assiste
alla dilatazione del
numero delle discipline 12
+ 6 educazioni.
L’ipertrofia disciplinare,
salvo casi di eccellente
organizzazione e
adeguatezza delle risorse,
creerà problemi di
coordinamento e di
appesantimento
burocratico. Si dovrà
impiegare molto tempo e
molte energie nella
pianificazione
dell’offerta formativa,
nella sua documentazione e
valutazione diversificata.
L’esperienza in atto nella
scuola primaria ha già
evidenziato
nell’eccessivo numero di
discipline la causa di
livelli di affaticamento e
di stress di alunni e
docenti costretti ad un
numero eccessivo di
quaderni e di libri, alla
parcellizzazione di
conoscenze e competenze
che spesso agevolmente
potrebbero essere attivate
in insegnamenti unitari.
Quando poi si parla di
“orario personalizzato”
dell’alunno, sembra che
dalle difficoltà si passi
all’utopia e all’amara
constatazione che, sempre,
chi decide per la scuola
sia lontano anni luce da
essa, ignorandone
difficoltà, risorse,
potenzialità.